Il corpo politico

Iconografia del corpo politico

Benito Mussolini

Il duce durante il ventennio fascista ha fatto politica attraverso il corpo, ha rappresentato il Paese attraverso “crismi e carismi”, piuttosto che attraverso “principi e partiti”. Il fascio ha al suo centro il corpo, la sua esibizione virilistica; parte dal Mussolini multiforme e tuttofare per arrivare fino al basso: dal mietere il grano a torso nudo, passando per lo sport, per arrivare al corpo “intimo e artefatto”. Alcuni esempi sono dati dalle seguenti foto.

Mussolini che scia   Mussolini mentre nuota

Dal punto di vista della costruzione dell’immagine egli è al centro della scena: nessun altro all’interno dello spazio fotografico, lui è e dev’essere il centro dell’attenzione. Si può inoltre notare l’impostazione artificiosa delle foto: il duce è lì in posa, la sua postura è artificiale, non si tratta di scatti rubati. In moto, in compagnia, immortalato mentre nuota fra le acque di Riccione o mentre scende le piste da sci sulle Alpi; fotografato in mille posti e mille pose differenti, egli ha sempre con un secondo fine, un messaggio.

A volte neppure un’immagine perfettamente calibrata e controllata gli è sufficiente; preferisce quindi costruire la sua foto in maniera ancora più artificiale attraverso un utile strumento: il fotomontaggio (o collage).

Mussolini che semina_fotomontaggio   Arringa alla folla_fotomontaggio

Nei due esempi che abbiamo è possibile capire l’impostazione di queste immagini: ancora una volta l’occhio cade sul duce, intento a seminare un campo arato o a declamare alla folla; questa volta però non perché il suo corpo si trova al centro della scena o perché è l’unico protagonista. L’immagine, in entrambi gli esempi, si può suddividere in due piani: un primo piano, e uno sfondo. In quest’ultimo sono relegati i personaggi secondari, la folla, il paesaggio e alcuni dettagli voluti come gli aeroplani o le navi da guerra; nel primo piano si staglia invece Mussolini, in maniera chiara e in contrapposizione netta allo sfondo, talmente netta da far capire immediatamente che si tratta di un collage costruito ad arte. Nell’immagine n. 5 si vedono sulla destra due fotografi intenti a scattare delle fotografie del momento in cui il duce semina durante una celebrazione, ed è proprio una di queste foto che verrà utilizzata per la costruzione del manifesto di propaganda dell’immagine n. 4. Infatti la foto (n. 5) da sola non sarebbe bastata: il duce si sarebbe un po’ perso fra la moltitudine dei personaggi presenti, nonostante fosse comunque la figura più vicina all’osservatore.

Attraverso tutte le sue immagini fotografiche egli vuole (auto)rappresentare il proprio potere, e questo lo si può notare facilmente dalle foto n. 2 e n. 3. Ecco allora il suo “piglio marziale, che conveniva alla sua qualifica di dux”; il suo particolare “modo di guardare in macchina, [lo] sguard[o]: arrembante, teso, quasi allucinato [...]; la maniera di occupare lo spazio fotografico: volontaria [e] ossessiva”. L’atteggiamento oratorio molto marcato che teneva durante i discorsi pubblici, o l’utilizzo del profilo sono i topoi di Mussolini: in particolare il profilo veniva utilizzato proprio perché maggiormente riconoscibile rispetto al volto visto frontalmente (allo stesso modo veniva utilizzato nelle monete nell’antica Roma, o nella raffigurazione di personaggi importanti). Le rappresentazioni dell’espressione del volto, della postura, dell’atteggiamento del duce erano talmente conosciute e riconosciute da essere riprodotte e usate, dopo la sua morte, come souvenir in un negozio di Predappio (foto n. 1).

Fin dalle trincee della Grande Guerra dove combatteva come soldato, Mussolini “ha deciso di presentarsi agli italiani nei panni dell’uomo pubblico per antonomasia: pubblico in quanto personaggio d’eccezione, artefice massimo della scelta interventista; pubblico in quanto rappresentativo degli individui comuni, a rischio di morte”. Il corpo del duce, una figura politica che ha investito tutto sul carisma, è stato l’icona del fascismo.

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Aldo Moro

Il rapimento di Aldo Moro. È curioso come quest’immagine, assieme alle altre scattate nella “prigione del popolo” dai brigatisti, sia diventata l’icona di Moro, l’immagine attraverso cui viene riconosciuto. Come aveva espresso Pasolini nell’articolo Bisognerebbe processare i gerarchi della Dc (paragonando i leader democristiani ai gerarchi del fascismo) nell’Italia c’era un malcontento dato dalla corruzione delle cariche politiche e dallo stragismo statale che si era manifestato in quegli anni e lo scrittore riteneva che sarebbe stato opportuno punire i responsabili, quello che lui chiama il “Palazzo”; il processo alla Dc si svolge poi veramente per opera delle Brigate rosse. Anche prima del rapimento di Moro, quando le BR iniziarono a rapire gli avversari politici (fin dai capi-reparto), i terroristi fotografano le proprie vittime. Tutto il processo di cui tanto parlano nei loro volantini di rivendicazione, in realtà si esaurisce nello scatto fotografico . Il corpo rappresentato in queste foto non è il vero corpo di Moro: le sue lettere dal carcere del popolo lo sono. Luzzatto afferma che egli “non parla quasi mai delle condizioni in cui è stato recluso, eppure realizza nelle lettere qualcosa come una dialettica fra corpo e anima. [...] Parla dal carcere del popolo con la sapienza con cui aveva sempre parlato: tanto che [la stragrande maggioranza aveva detto] che Moro non era Moro, che non era in lui” . Sta di fatto che egli parla meno del suo corpo che della sua anima. Ci si rende conto però che quello di Moro non è il corpo di un fascista, perché esso diventa speciale (come lo era stato ad esempio il corpo del duce, esaltato ed esibito) solo in quanto corpo violato. E questo è il motivo per cui la foto n. 1 e diventata simbolo.

L’intento dei brigatisti qui, è di mostrare il corpo di Moro come quello di un “sovrano detronizzato”. Ecco allora lo schiacciamento che si avverte osservando la foto: Moro è appiattito, il primo piano e lo sfondo (in cui appaiono la scritta e la stella cerchiata) si fondono in uno stesso livello. “Nel 1865, il giovane Lewis Payne tentò di assassinare il segretario di Stato americano W. H. Seward. Alexander Gardner lo fotografò nella sua cella; egli sta aspettando la propria impiccagione. [...] Ma il punctum è: sta per morire. [...] Dandomi il passato assoluto della posa, la fotografia mi dice la morte al futuro.[...] Che il soggetto ritratto sia o non sia già morto, ogni fotografia è appunto tale catastrofe”. Questa citazione di Barthes potrebbe essere attribuita senza problemi anche a questa nostra immagine: i terroristi ci vogliono dire in un primo momento che il presidente democristiano è ancora vivo, ma ad una analisi più attenta forse si può già intravedere la fine che lo attenderà. Particolare è lo sguardo di Moro: “uno sguardo straordinariamente dritto nel mirino fotografico dei carnefici, con cui il sovrano detronizzato sembrò riconquistare, se non lo scettro di una regalità perduta, almeno il segno di un’incoercibile dignità”. Da questa foto fu tratta una vignetta di Vincino, riprodotta su un giornale satirico dell’epoca: all’uomo in maniche di camicia, con lo sguardo fisso nell’obiettivo dei brigatisti, veniva attribuita la frase: “Scusate, abitualmente vesto Marzotto”. Nonostante sia crudele, questa frase suggerisce sia la violenza radicale dell’operato terrorista, sia l’estrema metamorfosi dei corpi politici in quanto corpi speciali. E Moro appartiene a questa storia, una storia in absentia: i terroristi, pur sottraendo il corpo alla sua dignità e tenendolo nascosto, restituiscono un corpo (speciale) “a chi non ha mai voluto averlo”.

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